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Rapporto Annuale 2016

Africa Subsahariana - Panoramica

Burundi, 7 maggio 2015. Un uomo chiede aiuto all'esercito durante le dimostrazioni contro il presidente del Burundi. © AFP PHOTO / Aymeric VINCENOT

 

Quando l’Au ha dichiarato il 2016 Anno dei diritti umani in Africa, da più parti nel continente, e non solo, l’annuncio è stato accolto con viva speranza che i leader africani, le istituzioni regionali e la comunità internazionale mostrassero finalmente la determinazione e la volontà politica di compiere un decisivo passo in avanti nell’affrontare le radicate problematiche relative ai diritti umani nell’intero continente.
 
Queste speranze non erano senza fondamento. Se da un lato conflitti, instabilità politica, regimi autoritari, povertà e catastrofi umanitarie hanno continuato a privare molti africani di molti dei loro diritti, oltre che della sicurezza e della dignità, l’Africa ha mostrato di avere concrete opportunità. Gli sviluppi sociali ed economici sono stati evidenti in molti paesi, mentre altri hanno raggiunto una transizione politica in maniera relativamente pacifica. L’adozione di alcuni impegni di portata storica a livello regionale e globale, compresa l’Agenda dell’Au 2063 e gli Obiettivi di sviluppo sostenibile delle Nazioni Unite (Sustainable Development Goals – Sdg), hanno aperto alla possibilità di realizzare i diritti sanciti nella Carta africana dei diritti umani e dei popoli (Carta africana) e degli strumenti internazionali di tutela dei diritti umani.
 
Ciononostante, per tutto il 2015 la gravità degli abusi e delle violazioni del diritto internazionale umanitario e delle norme dei diritti umani commessi nel contesto dei conflitti in corso nella regione ha continuato a rappresentare una costante e drammatica sfida. Durante l’anno, i continui combattimenti nella Repubblica Centrafricana (Central African Republic – Car), nella Repubblica Democratica del Congo (Democratic Republic of Congo – Drc), in Sudan, Sud Sudan e Somalia hanno causato migliaia di morti tra i civili e lasciato milioni di persone in preda alla paura e all’insicurezza, mentre il Burundi ha attraversato una crisi politica segnata da un’escalation di violenza.
 
Negli stati dell’Africa Occidentale, Centrale e Orientale, tra cui Camerun, Ciad, Kenya, Mali, Nigeria, Niger e Somalia, le continue violenze perpetrate da gruppi armati come al-Shabaab e Boko haram hanno causato la morte di decine di migliaia di civili, il rapimento di altre migliaia e costretto milioni di persone a vivere nella paura e nell’insicurezza, a causa dei combattimenti e non solo.
 
Molti governi hanno risposto a queste minacce contro la sicurezza dimostrando disprezzo per il diritto internazionale umanitario e le norme sui diritti umani. Le operazioni militari e di sicurezza condotte in Nigeria e Camerun sono state segnate da arresti arbitrari di massa, detenzioni in incommunicado, esecuzioni extragiudiziali e tortura e altri maltrattamenti. Situazioni analoghe di violazioni dei diritti umani sono state riscontrate in Niger e Ciad.
 
L’impunità ha drammaticamente continuato a essere una delle cause principali e un elemento chiave dei tanti conflitti e dell’instabilità nella regione. Nonostante alcuni progressi ottenuti, poco o nulla è stato fatto sul fronte dell’accertamento delle responsabilità per i crimini di diritto internazionale compiuti dalle forze di sicurezza e dai gruppi armati in paesi diversi come il Camerun, la Car, la Drc, la Nigeria, la Somalia, il Sud Sudan e il Sudan. A livello internazionale, alcuni stati e la stessa Au hanno continuato il loro impegno sul piano politico per indebolire l’indipendenza dell’Icc e garantire l’impunità giudiziaria per i capi di stato in carica, anche se accusati di crimini contro l’umanità e altri reati di diritto internazionale. A giugno, il Sudafrica non ha provveduto ad arrestare e deferire alla giurisdizione dell’Icc il presidente sudanese Al Bashir, un vero e proprio tradimento verso le centinaia di migliaia di vittime uccise durante il conflitto del Darfur.
 
Molte organizzazioni della società civile, i difensori dei diritti umani, i giornalisti e gli oppositori politici hanno operato in un ambiente sempre più ostile, in cui la legge era spesso applicata al fine di imporre restrizioni allo spazio civico in nome della sicurezza nazionale, dell’antiterrorismo, dell’ordine pubblico e di norme che regolamentavano le attività delle Ngo e dei mezzi d’informazione. In paesi come Eritrea, Etiopia e Gambia, le autorità hanno continuato a non lasciare spazio per la società civile, mentre in altri le libertà d’espressione, associazione e riunione pacifica hanno subìto limitazioni sempre più stringenti. Le autorità non hanno esitato a ricorrere all’uso brutale ed eccessivo della forza per interrompere raduni pacifici in paesi come Angola, Burkina Faso, Burundi, Ciad, Repubblica del Congo, Drc, Etiopia, Guinea, Sudafrica, Togo e Zimbabwe. In Sudafrica, le agenzie di sicurezza hanno fatto uso eccessivo della forza per mettere in atto quella che può essere definita una vera e propria operazione “di pulizia” nei confronti degli immigrati privi di documenti.
 
Le elezioni e le transizioni politiche hanno spesso fornito alle autorità il pretesto per mettere in atto repressione e violazioni diffuse. Molti paesi hanno visto la messa al bando delle proteste, attacchi contro manifestanti da parte delle forze di sicurezza e arresti arbitrari e vessazioni di oppositori politici, difensori dei diritti umani e giornalisti.
 
La crisi umanitaria ha continuato a colpire la regione, con l’epidemia di Ebola, che nel 2014 si era diffusa in tutta l’area dell’Africa Occidentale e che, durante l’anno, ha continuato a mietere vittime in Guinea, Liberia e Sierra Leone.
 
Ciononostante, non sono mancati segnali di speranza e miglioramento. Gli sviluppi in ambito socioeconomico sono andati avanti in molti paesi della regione, offrendo concreti motivi di ottimismo nell’affrontare alcune delle cause strutturali della povertà, come la disuguaglianza, il cambiamento climatico, i conflitti e l’assenza di adeguati meccanismi per l’accertamento delle responsabilità. Diversi stati hanno raggiunto alcuni degli Obiettivi del millennio delle Nazioni Unite e l’Africa ha svolto un ruolo cruciale nell’adozione degli Sdg.
 
Alcune misure adottate dal Consiglio per la pace e la sicurezza dell’Au, oltre che dagli organismi subregionali, per affrontare le situazioni di violento conflitto in corso nella regione, hanno dimostrato un miglioramento: dalla totale indifferenza fino all’impegno diretto. Nonostante le limitate capacità d’organico, la mancanza di un approccio coerente con le diverse situazioni e le preoccupazioni relative all’inadeguatezza delle misure per affrontare le violazioni dei diritti umani e l’impunità, gli organismi regionali e dell’Au hanno fatto passi importanti, dalla mediazione diplomatica allo schieramento di contingenti di peacekeeping, per rispondere alle crisi e ai conflitti nella regione.
 
Sono state sviluppate norme e standard regionali sui diritti umani. A novembre, la Commissione africana dei diritti umani e dei popoli (Commissione africana) ha adottato un Commento generale all’art. 4 (relativo al diritto alla vita) della Carta africana. Il Comitato tecnico speciale per gli affari legislativi dell’Au (Special Technical Committee – Stc) ha inoltre esaminato e approvato la bozza del protocollo sui diritti delle persone anziane in Africa, inizialmente elaborata dalla Commissione africana. Purtroppo, l’Stc ha deciso di non adottare la bozza di protocollo relativa all’abolizione della pena di morte in Africa.
 
Sempre più paesi si sono dimostrati disposti a far analizzare la loro situazione dei diritti umani. Algeria, Burkina Faso, Kenya, Malawi, Namibia, Nigeria e Sierra Leone hanno presentato i loro rapporti periodici sull’implementazione della Carta africana.
 
Diversi paesi della regione hanno approvato riforme e provvedimenti positivi. In Mauritania, una nuova legislazione ha definito la tortura e la schiavitù un crimine contro l’umanità e ha vietato ogni forma di detenzione segreta. La Sierra Leone ha ratificato il protocollo alla Carta africana dei diritti umani e dei popoli sui diritti delle donne in Africa. Ci sono stati segnali di miglioramento nello Swaziland, compreso il rilascio di prigionieri di coscienza e prigionieri politici, anche se le autorità continuavano ad applicare legislazioni repressive per soffocare il dissenso.
 

La giustizia internazionale ha conosciuto un momento storico con l’apertura a luglio in Senegal del processo a carico dell’ex presidente del Ciad, Hissène Habré: era la prima volta che un tribunale di uno stato africano processava l’ex leader di un altro stato.

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CONFLITTO – COSTI E VULNERABILITÀ

I violenti conflitti e l’insicurezza che hanno colpito molti paesi della regione hanno implicato violazioni su vasta scala, in un contesto in cui mancavano efficaci meccanismi in grado di fare giustizia per le atrocità commesse. Nei conflitti in corso nella Car, nella Drc, in Nigeria, Somalia, Sud Sudan e Sudan si sono verificati crimini di diritto internazionale e persistenti abusi e violazioni del diritto internazionale umanitario e delle norme sui diritti umani, commessi sia dalle forze governative sia dai gruppi armati. Sono stati denunciati diffusi episodi di violenza di genere e sessuale e rapimenti di minori, anche a scopo di reclutamento.
 
Nonostante i concertati sforzi militari messi in campo per contrastare l’attività di Boko haram, il gruppo armato ha continuato ad attaccare la popolazione civile in Ciad, Niger, Nigeria e Camerun. L’elenco dei suoi abusi nei confronti dei civili comprendeva attacchi suicidi in aree abitate da civili, esecuzioni sommarie, rapimenti, tortura e reclutamento di bambini soldato.
 
L’impatto degli abusi compiuti da Boko haram è stato aggravato dalla risposta fornita dagli stati, spesso del tutto illegale e sproporzionata. Durante l’anno, Amnesty International ha pubblicato un rapporto in cui erano descritti i crimini di guerra e i possibili crimini contro l’umanità compiuti dai militari nigeriani durante la prima fase della lotta contro Boko haram, con la morte di più di 8.200 persone, assassinate, soffocate, torturate o semplicemente lasciate morire di fame; nel rapporto, l’organizzazione chiedeva l’apertura d’indagini per crimini guerra nei confronti degli alti ufficiali di comando dell’esercito nigeriano.
 
Nella regione dell’Estremo nord del Camerun, le forze di sicurezza governative si sono rese responsabili di arresti di massa arbitrari, detenzioni ed esecuzioni extragiudiziali, oltre che della sparizione forzata di almeno 130 uomini e ragazzi di due villaggi situati vicino al confine con la Nigeria. In Niger, dove il governo aveva decretato e rinnovato uno stato d’emergenza nell’intera regione di Diffa, che a fine anno era ancora in vigore, la risposta delle autorità si è tradotta, tra le altre cose, nell’applicazione di rigide misure che limitavano la libertà di movimento così come nel ritorno forzato di migliaia di rifugiati nigeriani nel loro paese d’origine. In Ciad, dove è stata approvata una restrittiva legislazione antiterrorismo, le forze di sicurezza hanno effettuato arresti e detenzioni arbitrari.
Chibok, Borno State, Nigeria. 14 aprile 2015. Manifestazione per ricordare il rapimento di 219 studentesse da parte di Boko Haram © STRINGER/AFP/Getty Images
 
In Darfur, negli stati del Kordofan del Sud e del Nilo Blu, i continui combattimenti hanno peggiorato la già grave crisi umanitaria, causando sfollamenti di massa e vittime civili; tutte le parti in conflitto hanno commesso violazioni del diritto internazionale umanitario e altre violazioni e abusi delle norme internazionali sui diritti umani. Le forze governative hanno proseguito i bombardamenti indiscriminati e la distruzione di insediamenti abitativi civili e continuato a ostacolare l’accesso alla popolazione civile da parte delle agenzie umanitarie.
 
Il conflitto in Sud Sudan, caratterizzato da attacchi deliberati contro i civili, è proseguito nonostante un accordo di pace firmato ad agosto. Entrambe le parti si sono rese responsabili di uccisioni di massa di civili, distruzione di proprietà civili, blocco degli aiuti umanitari, diffusi casi di violenza di genere e sessuale e reclutamento di bambini soldato. La Commissione d’inchiesta dell’Au sul Sud Sudan ha raccolto prove di sistematici crimini di guerra e crimini contro l’umanità, oltre che di violazioni dei diritti umani e abusi compiuti da entrambe le parti belligeranti.
 
Nella Car, dove la violenza era diminuita dopo lo schieramento dell’operazione multidimensionale di peacekeeping delle Nazioni Unite, una nuova ondata di violenza e instabilità tra settembre e ottobre ha provocato vittime civili, distruzione di proprietà e lo sfollamento di oltre 42.000 persone. Almeno 500 reclusi, la maggior parte dei quali detenuti in relazione alle indagini in corso sui crimini commessi nel contesto del conflitto, sono fuggiti dal carcere della capitale Bangui, in un’evasione di massa avvenuta a settembre.
 
Nelle aree centrali e meridionali della Somalia, i civili hanno continuato a subire attacchi indiscriminati e mirati in un contesto di persistenti combattimenti tra le forze del governo federale somalo e la Missione dell’Au in Somalia da un lato e quelle di al-Shabaab e suoi alleati dall’altro. Tutte le parti impegnate nel conflitto hanno compiuto violazioni del diritto internazionale umanitario e gravi violazioni e abusi delle norme internazionali sui diritti umani.
 

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LA CRISI DEI RIFUGIATI E DEI MIGRANTI

Le atrocità e i massacri compiuti nelle aree di conflitto della regione africana hanno alimentato e aggravato la crisi dei rifugiati a livello globale, spingendo milioni di uomini, donne e bambini ad abbandonare le loro case per intraprendere tentativi difficili, rischiosi e spesso fatali di raggiungere un luogo sicuro all’interno del proprio paese o altrove.
 
Solo i combattimenti in corso in Sudan e Sud Sudan hanno provocato milioni di sfollati. Durante l’anno, circa un terzo della popolazione del Kordofan del Sud, costituita all’incirca da 1,4 milioni di persone, era sfollata internamente allo stato, mentre gli sfollati in Darfur erano circa 223.000; complessivamente a fine anno il numero di sfollati interni nella regione aveva raggiunto i 2,5 milioni. All’incirca altre 60.000 persone erano sfollate a causa dei combattimenti che a varie riprese erano in corso tra l’Esercito di liberazione del popolo sudanese-Nord (Sudan People’s Liberation Army – Spla-North) e le forze governative nello stato del Nilo Blu.
 
Durante l’anno, il conflitto in corso in Sud Sudan ha provocato lo sfollamento di altri 2,2 milioni di persone, mentre 3,9 milioni versavano in una grave situazione d’insicurezza alimentare.
 
Moltissime persone sono state costrette a sfollare internamente o a cercare riparo oltreconfine, dopo essere fuggite da zone colpite dalla violenza di Boko haram. Nella sola Nigeria, dal 2009, erano ormai più di due milioni le persone costrette ad abbandonare le loro case. Centinaia di migliaia di rifugiati dalla Nigeria e dalla Car vivevano in condizioni deplorevoli all’interno di campi sovraffollati situati in Camerun e Niger. A maggio, le forze governative dei due stati hanno rimandato con la forza in Nigeria migliaia di rifugiati, accusandoli di attirare gli attacchi di Boko haram nell’area. In Ciad, centinaia di migliaia di rifugiati dalla Nigeria, dalla Car, dal Sudan e dalla Libia continuavano a vivere in condizioni difficili all’interno di affollati campi profughi.
 
Gli sfollati interni in Somalia hanno superato durante l’anno la cifra di 1,3 milioni. A livello globale, i rifugiati somali erano più di 1,1 milioni. E tuttavia, gli stati che ospitavano richiedenti asilo e rifugiati somali, tra cui Arabia Saudita, Svezia, Paesi Bassi, Norvegia, Regno Unito e Danimarca, hanno continuato a fare pressione sui somali affinché rientrassero in Somalia, sostenendo che la situazione nel paese era ormai migliorata.
 
Maggio 2015. Rifugiati del Burundi nei campi della Repubblica Democratica del Congo © UNHCR/F.Scoppa
 
Il governo del Kenya ha minacciato di chiudere Dadaab, il più vasto campo per rifugiati del mondo, sostenendo che era una misura di sicurezza necessaria, in seguito a un attacco sferrato da al-Shabaab. Su uno sfondo di vessazioni contro i somali e altri rifugiati per mano dei servizi di sicurezza keniani, le autorità hanno minacciato di rimandare indietro con la forza in Somalia all’incirca 350.000 rifugiati. Se realizzata, tale misura esporrebbe migliaia di vite a rischio e violerebbe gli obblighi del Kenya stabiliti dal diritto internazionale.
 
Un numero incalcolabile di rifugiati e migranti, sfollati non soltanto a causa del conflitto ma anche della persecuzione politica o spinti dal bisogno di garantirsi una vita migliore, si sono scontrati con sentimenti d’intolleranza e xenofobia e sono incorsi in abusi e violazioni. Molti languivano all’interno di campi che non disponevano di un adeguato accesso ad acqua, cibo, cure mediche, servizi igienici o istruzione, mentre molti altri sono caduti nella rete dei trafficanti di esseri umani.
 
Oltre 230.000 persone sono fuggite dal rapido deterioramento della situazione politica, sociale ed economica in Burundi, riversandosi nei paesi confinanti. Altre migliaia hanno continuato ad abbandonare l’Eritrea per sottrarsi all’arruolamento militare obbligatorio a tempo indeterminato vigente nel paese, che costituisce a tutti gli effetti una forma di lavoro forzato. Gli eritrei colti in flagranza durante la fuga sono stati detenuti senza accusa né processo, spesso in condizioni molto dure e senza accesso a un avvocato. È rimasta in vigore la cosiddetta prassi di “sparare per uccidere”, per coloro che tentavano di sfuggire alla cattura e che venivano colti mentre cercavano di varcare il confine con l’Etiopia. Chi invece riusciva a lasciare il territorio eritreo si trovava poi ad affrontare tutta una serie di rischi lungo le rotte che, attraverso il Sudan, la Libia e il Mediterraneo, li avrebbero condotti in Europa, incluso il rischio di finire in ostaggio dei gruppi armati e delle bande criminali a scopo di riscatto.
 
In Malawi, migranti irregolari sono rimasti in detenzione oltre la scadenza dei termini della loro sentenza di custodia, con scarse possibilità di essere rilasciati o espulsi. A fine anno, nelle affollate carceri del Malawi erano trattenuti almeno un centinaio di questi detenuti.
 

La continua incapacità del governo sudafricano di elaborare un programma strutturale di prevenzione e protezione ha determinato violente e diffuse aggressioni di stampo xenofobo contro migranti e rifugiati, tra cui attacchi alle loro attività commerciali.

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IMPUNITÀ PER I CRIMINI DI DIRITTO INTERNAZIONALE

L’impunità per le gravi violazioni dei diritti umani e gli abusi commessi nella regione, specialmente nel contesto dei conflitti armati, ha continuato a privare le vittime del diritto a ottenere verità e giustizia e ha contribuito ad alimentare ulteriori situazioni d’instabilità e abusi. La maggior parte dei governi, comprese le autorità di Camerun, Car, Nigeria, Somalia, Sud Sudan e Sudan, ha fatto scarsi progressi nella lotta all’ormai radicato vuoto di giustizia nella regione, grazie al quale coloro che erano sospettati di responsabilità in crimini di diritto internazionale raramente erano chiamati a risponderne.
 
Malgrado gli impegni annunciati dal nuovo presidente della Nigeria d’indagare i crimini di diritto internazionale e alte gravi violazioni dei diritti umani e abusi compiuti dai militari e da Boko haram, non sono state intraprese iniziative di rilievo in tal senso. Il governo infatti non aveva adottato misure per accertare le responsabilità delle proprie forze armate e i procedimenti giudiziari nei confronti di sospetti membri di Boko haram continuavano a essere pochi. Tuttavia, l’ufficio del procuratore dell’Icc ha individuato otto potenziali casi giudiziari riguardanti crimini contro l’umanità e crimini di guerra: in sei erano coinvolti membri di Boko haram e in due erano implicate le forze di sicurezza nigeriane.
 
Nonostante la diffusione, il 26 ottobre, del rapporto della Commissione d’inchiesta dell’Au sul Sud Sudan e la firma di un accordo di pace ad agosto, che gettava le basi per la conseguente decisione dell’Au di creare un tribunale ibrido, a fine anno non era stato compiuto alcun progresso per la realizzazione di questo strumento giudiziario. Il tribunale ibrido sul Sud Sudan è stato presentato come un meccanismo giudiziario a guida e gestione totalmente africana.
 
Ad aprile, con l’adozione di una legge che istituiva un tribunale penale speciale, il consiglio transizionale nazionale della Car ha compiuto un primo passo positivo per la creazione di un meccanismo di accertamento delle responsabilità. Tuttavia, sono stati scarsi i progressi ottenuti per la concreta realizzazione del tribunale, che nell’intento dei legislatori dovrebbe indagare e perseguire i responsabili dei crimini di guerra e dei crimini contro l’umanità, commessi nel paese a partire dal 2003.
 
Il Sudafrica non ha adempiuto ai propri obblighi stabiliti dal diritto internazionale quando a giugno ha consentito al presidente sudanese Al Bashir, in visita a Johannesburg per partecipare a un summit dell’Au, di lasciare indisturbato il paese. Su di lui pendevano due mandati di cattura spiccati dall’Icc per accuse di responsabilità in genocidio, crimini contro l’umanità e crimini di guerra compiuti in Darfur e un’ingiunzione emessa dall’Alta corte del Sudafrica che gli vietava di lasciare il paese. L’inerzia dimostrata dal Sudafrica in questo caso era soltanto l’ultimo dei molti esempi di stati che non erano intervenuti per arrestare e deferire il presidente Al Bashir all’Icc affinché fosse processato. La vicenda ha assunto un risvolto preoccupante a ottobre, quando si è diffusa la notizia che il Congresso nazionale africano, partito di governo sudafricano, stava valutando il ritiro del Sudafrica dallo Statuto di Roma dell’Icc; un annuncio che a fine anno non era stato seguito da iniziative concrete in tal senso.
 
In Costa d’Avorio, il presidente Ouattara ha dichiarato ad aprile che non ci sarebbero stati altri trasferimenti all’Icc, malgrado fosse ancora attivo il mandato di cattura spiccato dall’Icc nei confronti dell’ex first lady Simone Gbagbo per presunti crimini contro l’umanità.
 
Alcuni stati e la stessa Au hanno continuato il loro impegno politico volto a interferire con l’attività dell’Icc o a indebolirne l’indipendenza e a garantire l’impunità giudiziaria per i capi di stato in carica, anche se accusati di crimini contro l’umanità e altri reati di diritto internazionale. L’Assemblea dell’Au ha adottato a giugno una risoluzione con cui ha ribadito le sue precedenti richieste per ottenere l’interruzione o il rinvio dei procedimenti giudiziari aperti dall’Icc nei confronti del vicepresidente del Kenya Ruto e del presidente del Sudan Al Bashir. A novembre, il governo del Kenya ha cercato di influenzare la 14ª sessione dell’Assemblea degli stati parte (Assembly of States Parties – Asp), l’organo politico di vigilanza dell’Icc, nel quadro dei suoi tentativi di minare il processo all’ex vicepresidente Ruto, minacciando il ritiro del Kenya dall’Icc. A novembre, anche il governo della Namibia ha minacciato di ritirarsi dall’Icc.
 
La Drc ha compiuto invece un significativo e positivo passo avanti quando a novembre il senato ha votato a favore dell’adozione di una legislazione interna che avrebbe consentito l’implementazione dello Statuto di Roma dell’Icc. Durante la 14ª sessione dell’Asp a novembre, molti stati africani aderenti allo Statuto di Roma dell’Icc hanno espresso fermamente il loro impegno nei confronti dell’Icc, negando il loro sostegno a quelle proposte che potevano indebolirne l’indipendenza.
 

Una significativa conquista sul cammino della giustizia per le vittime dell’Esercito di resistenza del signore (Lord’s Resistance Army – Lra) è stata ottenuta a gennaio, quando Dominic Ongwen, presunto ex comandante dell’Lra, è stato deferito all’Icc. L’apertura a luglio in Senegal del processo a carico dell’ex presidente ciadiano Hissène Habré, accusato di crimini contro l’umanità, tortura e crimini di guerra che sarebbero stati compiuti mentre era al potere in Ciad tra il 1982 e il 1990, è uno dei più importanti passi avanti ottenuti durante l’anno nella lunga lotta contro l’impunità in Africa.

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REPRESSIONE DEL DISSENSO NEL CONTESTO DELLE ELEZIONI E DELLA TRANSIZIONE

Durante l’anno, 15 paesi del continente sono andati alle urne nelle elezioni generali o presidenziali, in molti casi in contesti caratterizzati da violazioni dei diritti umani e restrizioni. In paesi come Burundi, Repubblica del Congo, Costa d’Avorio, Drc, Etiopia, Guinea, Sudan, Tanzania, Togo, Uganda e Zambia, le autorità hanno messo al bando le proteste, attaccato i manifestanti e arrestato arbitrariamente oppositori politici, difensori dei diritti umani e giornalisti.
 
In Etiopia, le elezioni generali di maggio sono state guastate da restrizioni che le autorità hanno imposto agli osservatori elettorali della società civile, dall’uso eccessivo della forza contro i manifestanti e da vessazioni nei confronti degli osservatori elettorali dell’opposizione politica. Le forze di sicurezza hanno percosso e ferito persone all’interno dei seggi elettorali, causando anche morti, e quattro membri e leader di partiti dell’opposizione sono stati vittime di esecuzioni extragiudiziali.
 
In Guinea, le tensioni che hanno caratterizzato l’intero processo elettorale sono sfociate nella violenza tra sostenitori dei vari partiti politici e tra manifestanti e forze di sicurezza, con queste ultime che non hanno esitato a ricorrere frequentemente all’uso eccessivo e letale della forza, nelle operazioni di mantenimento dell’ordine pubblico durante le proteste.
 
In Sudan, le elezioni presidenziali e parlamentari hanno visto la rielezione del presidente Al Bashir, in un contesto di segnalazioni di brogli elettorali e manipolazione del voto, con una bassa affluenza ai seggi e il boicottaggio dei partiti politici dell’opposizione. Con l’approssimarsi delle elezioni, le autorità sudanesi hanno intensificato la loro repressione nei confronti della libertà d’espressione, imponendo restrizioni ai mezzi d’informazione, alla società civile e ai partiti politici dell’opposizione e arrestando decine di oppositori del governo.
 
In paesi come Burkina Faso, Burundi, Drc e Repubblica del Congo, i tentativi da parte dei detentori del potere politico di garantirsi un terzo mandato hanno innescato proteste, a cui lo stato ha risposto in maniera violenta. In Burundi, le manifestazioni di protesta sono state represse con violenza dalle forze di sicurezza ed è stato registrato un marcato aumento dei casi di tortura e altri maltrattamenti, specialmente contro coloro che si opponevano al tentativo del presidente Nkurunziza di ottenere la rielezione. A partire da settembre in poi, la situazione si è ulteriormente deteriorata; uccisioni quasi quotidiane, comprese esecuzioni extragiudiziali, arresti arbitrari e sparizioni sono divenuti la norma. Tra aprile e dicembre sono state uccise più di 400 persone.
 
In Burkina Faso, a settembre, soldati del corpo di guardia presidenziale (Régiment de sécurité présidentielle – Rsp) hanno tentato un colpo di stato e preso in ostaggio alcuni leader politici, compreso il presidente e il primo ministro, scatenando proteste pubbliche. Prima di essere costretti al ritiro in seguito all’intervento dell’esercito, i soldati dell’Rsp hanno fatto uso eccessivo della forza e in alcuni casi hanno impiegato anche forza letale, nel tentativo di sedare le proteste.
 
Nel Gambia, i familiari di coloro che erano sospettati di coinvolgimento nel fallito colpo di stato del dicembre 2014 sono stati arbitrariamente arrestati e detenuti dalle agenzie di sicurezza. Tre soldati sospettati di essere coinvolti sono stati condannati a morte. In Lesotho, è persistita l’instabilità politica derivante da un tentativo di colpo di stato del 2014.
 

Nella Drc e in Uganda, le autorità hanno represso il dissenso e i diritti umani fondamentali in vista delle elezioni presidenziali previste per il 2016. Mentre cresceva la pressione sul presidente della Drc Kabila, al fine di farlo desistere dal tentare la rielezione dopo 14 anni d’ininterrotto potere, le autorità hanno intensificato la loro azione repressiva nei confronti dei difensori dei diritti umani e dei giornalisti e hanno interrotto con violenza le manifestazioni. In Uganda, dove il presidente Museveni avrebbe tentato un quinto mandato alle elezioni fissate per febbraio 2016, la polizia ha arbitrariamente arrestato leader politici dell’opposizione, compresi candidati presidenziali, ed è intervenuta facendo uso eccessivo della forza per disperdere raduni politici pacifici.

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RIDUZIONE DELLO SPAZIO PER LA SOCIETÀ CIVILE E ATTACCHI CONTRO I DIFENSORI DEI DIRITTI UMANI

Al di là del contesto elettorale, sono stati molti i governi della regione che hanno soffocato il dissenso e imbavagliato il diritto alla libertà d’espressione. Spesso raduni pubblici pacifici sono stati interrotti con un uso eccessivo della forza. Molte organizzazioni della società civile e difensori dei diritti umani hanno affrontato un ambiente caratterizzato da una crescente ostilità nei loro confronti, in cui le autorità non hanno esitato ad applicare leggi finalizzate a limitare lo spazio per le attività della società civile.
 
Questo schema di crescenti restrizioni ha caratterizzato un ampio spettro di paesi della regione, tra cui Angola, Burundi, Camerun, Ciad, Repubblica del Congo, Costa d’Avorio, Guinea Equatoriale, Gambia, Kenya, Lesotho, Mauritania, Niger, Ruanda, Senegal, Sierra Leone, Somalia, Swaziland, Togo, Uganda, Zambia e Zimbabwe.
 
Le autorità dell’Angola hanno intensificato il giro di vite sul dissenso e aumentato le palesi violazioni delle libertà fondamentali, con detenzioni arbitrarie di attivisti che avevano pubblicamente chiesto un accertamento delle responsabilità della leadership del paese.
 
In Eritrea, migliaia di prigionieri di coscienza sono rimasti arbitrariamente detenuti. Nel paese non c’era spazio per i partiti politici dell’opposizione, per i mezzi d’informazione indipendenti, per l’attivismo o per la libertà accademica.
 
In Sud Sudan, sono state ulteriormente e significativamente ridotte le opportunità per i giornalisti, i difensori dei diritti umani e le organizzazioni della società civile di operare senza subire intimidazioni o minacce.
 
In Mauritania sono state imposte crescenti restrizioni ai diritti alle libertà d’espressione, associazione e riunione e attivisti sono finiti in carcere per aver organizzato raduni contro la partica della schiavitù. Le autorità del Senegal hanno continuato a vietare le manifestazioni dei sostenitori dei partiti politici e dei difensori dei diritti umani e a perseguire penalmente manifestanti pacifici.
 
In Tanzania, giornalisti sono incorsi in vessazioni, intimidazioni e arresti. Erano all’esame del parlamento quattro proposte di legge che codificavano in maniera collettiva indebite restrizioni al diritto alla libertà d’espressione.
 

In Zambia, la polizia ha continuato ad applicare la legge sull’ordine pubblico, che prevedeva restrizioni alla libertà di riunione. Le autorità dello Zimbabwe hanno imbavagliato la libertà d’espressione, con giri di vite che includevano arresti, sorveglianza, vessazioni e intimidazioni di coloro che avevano condotto campagne per far ottenere alle emittenti radiofoniche comunitarie il rilascio delle licenze di trasmissione.

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DISCRIMINAZIONE ED EMARGINAZIONE

Nonostante l’Au avesse dichiarato il 2015 “anno dell’emancipazione politica e dello sviluppo delle donne verso l’Agenda 2063 per l’Africa”, in molti paesi della regione donne e ragazze sono state frequentemente vittime di abusi, discriminazione ed emarginazione, spesso a causa di tradizioni e consuetudini culturali, oltre che per l’istituzionalizzazione mediante leggi inique della discriminazione di genere. Nelle aree di conflitto e nei paesi che ospitavano grandi numeri di sfollati e rifugiati, donne e ragazze sono state vittime di stupro e altre forme di violenza sessuale. D’altro canto invece alcuni paesi, tra cui Burkina Faso, Madagascar e Zimbabwe, hanno lanciato campagne nazionali per porre fine ai matrimoni precoci.
 
In molti paesi, tra cui Camerun, Nigeria, Senegal e Sudafrica, sono proseguiti gli abusi nei confronti delle persone Lgbti o percepite tali, anche con procedimenti penali e l’applicazione di legislazioni repressive.
 
Il Malawi ha accettato una raccomandazione che era stata espressa durante l’Upr delle Nazioni Unite, che esortava le autorità del paese ad adottare misure per tutelare le persone Lgbti dalla violenza e a perseguirne i perpetratori; le autorità hanno inoltre accettato di garantire alle persone Lgbti un accesso effettivo ai servizi di assistenza sanitaria. Il Malawi ha tuttavia respinto le raccomandazioni che lo esortavano ad abrogare le disposizioni del codice penale che criminalizzavano l’attività sessuale consenziente tra adulti dello stesso sesso.
 
La Commissione africana ha accordato lo status di osservatore all’organizzazione per i diritti Lgbti sudafricana Coalizione delle lesbiche africane (Coalition of African Lesbians – Cal), durante la sua 56ª sessione ordinaria, che si è tenuta in Gambia. Tuttavia, in occasione di un successivo summit dell’Au in Sudafrica, il Consiglio esecutivo dell’Au si è rifiutato di approvare il rapporto sull’attività della Commissione, fino a che non fosse stato ritirato lo status di osservatore alla Cal, facendo temere che la Commissione potesse sentirsi costretta a ritrattare la sua decisione.
 

Nonostante la condanna pubblica da parte del presidente, in Malawi si è verificato un vertiginoso aumento degli attacchi contro le persone con albinismo per mano di singoli individui o bande organizzate, per ricavarne parti da vendere come feticci utilizzati nella stregoneria. In Tanzania, il governo non ha provveduto ad adottare adeguate misure per tutelare le persone con albinismo; secondo quanto si è appreso, una ragazzina è stata uccisa per ricavarne parti del corpo e sono stati segnalati casi di rapimento, mutilazione e smembramento per scopi analoghi.

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GUARDANDO AVANTI

Gli eventi che durante l’anno si sono succeduti nella regione hanno mostrato la portata e la gravità delle sfide per i diritti umani in Africa ma anche l’urgente necessità che le istituzioni internazionali e regionali intervengano per proteggere milioni di vite umane, affrontando la crisi globale dei rifugiati con un approccio più incisivo, chiaro e coerente per risolvere i conflitti. L’anno ha inoltre messo in evidenza quanto sia profondamente necessario che gli stati africani combattano l’impunità all’interno dei loro confini nazionali e oltre, anche ritrattando gli attacchi politici contro l’Icc. Un efficace accertamento delle responsabilità per le violazioni dei diritti umani e i crimini di diritto internazionale potrà portare un reale cambiamento per i paesi di tutta l’Africa.
 

Oltre a essere stato dichiarato “Anno dei diritti umani in Africa”, il 2016 segnerà il 35° anniversario dall’adozione della Carta africana, il 30° dalla sua entrata in vigore e il 10° dalla creazione della Corte africana di giustizia. Con così tante celebrazioni positive, la sfida per la maggior parte dei leader africani sarà di ascoltare e collaborare con il movimento di difesa dei diritti umani, in costante crescita nel continente.

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