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Rapporto Annuale 2016

Europa e Asia Centrale - Panoramica

Siriani in fuga dalla guerra tentano di superare le recinzioni per entrare in territorio turco. La Turchia ha ricevuto circa 1,8 milioni di profughi dall'inizio del conflitto nel 2011. Provincia di Sanliurfa, 14 giugno 2015. ©  BULENT KILIC  / AFP / Getty Images

 

Il 2015 è stato un anno turbolento per la regione Europa e Asia Centrale e negativo per i diritti umani. È iniziato con feroci combattimenti nell’Ucraina orientale e si è concluso con pesanti scontri nella Turchia orientale. Nell’Eu, l’anno si è aperto e chiuso con attentati armati in Francia, a Parigi e dintorni, ed è stato completamente dominato dalla situazione critica di milioni di persone, la maggior parte in fuga da conflitti, che sono arrivate sulle coste europee. In questo contesto, il rispetto dei diritti umani è peggiorato in tutta la regione. In Turchia e in tutta l’area dell’ex Unione Sovietica, i leader politici hanno sempre più abbandonato il rispetto dei diritti umani, rafforzando il controllo sui mezzi d’informazione e prendendo ulteriormente di mira persone critiche e oppositori. Nell’Eu, la tendenza regressiva ha assunto una forma diversa. Alimentati dalla persistente incertezza economica, dal disincanto verso le politiche della classe dirigente e da un crescente astio contro le istituzioni dell’Eu e contro gli immigrati, i partiti populisti hanno ottenuto importanti risultati elettorali. In assenza di una leadership di buoni princìpi, il ruolo dei diritti umani come pietra angolare delle democrazie europee è sembrato più che mai vacillare. Ampie misure antiterrorismo e proposte per limitare l’afflusso di migranti e rifugiati sono state tipicamente annunciate con tutte le consuete cautele per la protezione dei diritti umani ma sempre più svuotate di contenuto.
 
Nel Regno Unito, il Partito conservatore al governo ha presentato proposte per abrogare la legge sui diritti umani; in Russia, alla Corte costituzionale è stato dato il potere di annullare le decisioni della Corte europea dei diritti umani; in Polonia, pochi mesi dopo la sua elezione, il partito di governo Legge e giustizia ha fatto approvare misure che limitavano la supervisione della Corte costituzionale. Con una crescente diminuzione del loro peso politico sulla scena internazionale, gli stati membri dell’Eu hanno chiuso un occhio su violazioni dei diritti umani che una volta avrebbero fortemente condannato, mentre cercavano di concludere accordi economici e ottenere il sostegno di paesi terzi, nei loro sforzi per combattere il terrorismo e tenere a distanza rifugiati e migranti.
 

Anche se ci sono stati progressi verso la parità per le persone Lgbti, per lo meno nella maggior parte dei paesi dell’Europa Occidentale, e la Commissione europea ha continuato ad affrontare la discriminazione sistematica nei confronti dei rom, in quasi tutta la regione, la tendenza generica prospettava una situazione poco rosea per i diritti umani nel 2016.

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LA CRISI DEI RIFUGIATI

L’immagine simbolica del 2015 è stata quella di Aylan Kurdi, un bambino siriano di tre anni, che giaceva morto su una spiaggia turca. Accanto alla sua tragica morte avvenuta a settembre, ci sono state quelle di oltre 3.700 rifugiati e migranti, che hanno perso la vita nel tentativo di raggiungere le coste europee, mentre gli stati membri dell’Eu affrontavano con fatica l’impatto sull’Europa di una crisi mondiale dei rifugiati. Mentre la Turchia ospitava oltre due milioni di rifugiati siriani e altri 1,7 milioni erano in Libano e Giordania, nel corso dell’anno un milione di rifugiati e migranti, molti dei quali dalla Siria, sono entrati irregolarmente nell’Eu. Tuttavia, l’Eu, il più ricco blocco politico al mondo, con una popolazione totale di oltre 500 milioni di persone, si è dimostrata totalmente incapace di trovare una risposta coerente, umana e rispettosa dei diritti.
 
L’anno è iniziato in modo negativo, poiché i leader europei si sono rifiutati di sostituire l’operazione di ricerca della marina militare italiana “Mare Nostrum” con un’alternativa adeguata, nonostante ampie prove della continua pressione migratoria sulle rotte del Mediterraneo centrale. C’è voluta la morte di oltre 1.000 rifugiati e migranti in una serie d’incidenti al largo delle coste libiche in un fine settimana di metà aprile, per arrivare finalmente a un ripensamento. In un vertice convocato in tutta fretta, i leader dell’Eu hanno convenuto di espandere le attività di controllo delle frontiere marittime dell’Eu dell’operazione “Triton”, gestita dall’agenzia Frontex, e un certo numero di paesi, tra cui il Regno Unito e la Germania, hanno inviato ulteriori navi nella regione. I risultati sono stati positivi: secondo l’Organizzazione internazionale per le migrazioni, il tasso di decessi lungo le rotte del Mediterraneo centrale è diminuito del nove per cento rispetto al 2014 ma si è comunque attestato a 18,5 decessi ogni 1.000 viaggiatori. Il numero di rifugiati e migranti morti nel mar Egeo è aumentato notevolmente, superando le 700 vittime entro la fine dell’anno; vale a dire circa il 21 per cento di tutti i decessi nel Mediterraneo occorsi nel 2015, rispetto all’un per cento registrato nel 2014.
 
L’aumento delle morti nel mar Egeo rifletteva la forte crescita del numero di arrivi irregolari via mare in Grecia, a partire dall’estate. In assenza di vie sicure e legali d’ingresso nei paesi dell’Eu, oltre 800.000 persone, nella stragrande maggioranza rifugiati in fuga da conflitti o persecuzioni in Siria, Afghanistan, Eritrea, Somalia e Iraq, hanno intrapreso la pericolosa traversata verso la Grecia. Solo il tre per cento di coloro che sono entrati in Grecia irregolarmente proveniva dalle frontiere terrestri, in gran parte recintate.
 
Le sfide logistiche e umanitarie presentate da questi grandi numeri hanno totalmente devastato il sistema di accoglienza della Grecia, già in difficoltà. Mentre centinaia di migliaia di rifugiati e migranti lasciavano la Grecia e marciavano attraverso i Balcani, in maggioranza con l’obiettivo di raggiungere la Germania, anche il cosiddetto “regime di Dublino”, il sistema comunitario di assegnazione tra gli stati membri della competenza per la valutazione delle domande d’asilo, non era più funzionale. L’incanalamento di rifugiati e richiedenti asilo verso pochi paesi alle frontiere esterne, essenzialmente Grecia e Italia, ha reso impossibile sostenere un sistema che prevedeva l’assegnazione delle responsabilità primarie di trattamento delle domande d’asilo al primo paese dell’Eu in cui era entrato il richiedente. Anche l’accordo di Schengen, che aveva abolito i controlli alle frontiere interne dell’Eu, ha mostrato segni di cedimento, quando Germania, Austria, Ungheria, Svezia e Danimarca hanno deciso di sospendere le sue disposizioni.
 
Con il crescere della crisi, i leader dell’Eu hanno organizzato un vertice dopo l’altro ma senza alcun risultato. Mentre la Commissione europea cercava invano di proporre misure costruttive per la redistribuzione dei richiedenti asilo e l’organizzazione di strutture di accoglienza lungo il percorso, gli stati membri dell’Eu per la maggior parte hanno vacillato o hanno attivamente ostacolato potenziali soluzioni. Soltanto la Germania ha mostrato una leadership all’altezza della portata della sfida.
 
Pochi sono stati gli sforzi per aumentare le vie sicure e legali d’ingresso per i rifugiati nell’Eu. A maggio, su proposta della Commissione europea, gli stati membri si sono accordati su un programma di reinsediamento a livello comunitario per 20.000 rifugiati provenienti da tutto il mondo. L’Unhcr, l’agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati, aveva fissato a 400.000 il numero di rifugiati siriani che necessitavano di reinsediamento e di altre forme di ammissione umanitaria ma, a parte la Germania, quasi nessun paese dell’Eu si offerto di accoglierne più di qualche migliaio.
 
I leader europei hanno anche fatto fatica a concordare e mettere in atto un meccanismo efficace di redistribuzione in tutta l’Eu dei rifugiati e migranti in arrivo. In un vertice tenutosi a maggio, hanno votato per approvare un programma di ricollocazione per 40.000 richiedenti asilo provenienti da Italia e Grecia, nonostante una forte opposizione da parte di alcuni paesi dell’Europa Centrale. A settembre, il programma è stato esteso a ulteriori 120.000 persone, con un accordo che includeva anche il trasferimento di 54.000 richiedenti asilo giunti in Ungheria. Non essendo mai al primo posto nella lista delle priorità, il piano è naufragato di fronte alle sfide logistiche e alla riluttanza degli stati riceventi a raggiungere gli obiettivi per i quali si erano impegnati: a fine anno, solo circa 200 richiedenti asilo erano stati trasferiti altrove da Italia e Grecia, mentre l’Ungheria si è rifiutata di prendere parte al programma.
 
Man mano che la pressione cresceva, i paesi dei Balcani hanno alternato la chiusura delle frontiere al permesso di passaggio di rifugiati e migranti. Le guardie di frontiera hanno usato gas lacrimogeni e manganelli per respingere la folla quando, ad agosto, la Macedonia ha chiuso per breve tempo il proprio confine con la Serbia e, a settembre, l’Ungheria lo ha chiuso in modo permanente. A fine anno, era attivo un corridoio più o meno regolare, che passava per Macedonia, Serbia, Croazia, Slovenia e Austria, che rappresentava la sola risposta ad hoc per la crisi, dipendente in tutto e per tutto dalla continua volontà della Germania di accettare l’ingresso di richiedenti asilo e rifugiati. Migliaia di persone hanno dormito all’addiaccio, poiché le autorità lungo il percorso non sono state in grado di fornire loro un riparo adeguato.
 
L’Ungheria ha aperto la strada al rifiuto di impegnarsi in soluzioni comunitarie condivise per la crisi dei rifugiati. Dopo aver visto un forte aumento dell’arrivo di rifugiati e migranti a inizio anno, il paese ha voltato le spalle agli sforzi collettivi e ha deciso di isolarsi. Ha costruito più di 200 km di recinzioni lungo i suoi confini con la Serbia e la Croazia e ha adottato una legislazione che rendeva praticamente impossibile chiedere asilo ai rifugiati e richiedenti asilo che entravano dalla Serbia. “Pensiamo che tutti i paesi abbiano il diritto di decidere se vogliono avere un gran numero di musulmani nei loro territori”, ha dichiarato a settembre il primo ministro ungherese Viktor Orbán.
 
L’opinione pubblica in tutta Europa ha oscillato tra l’indifferenza o l’ostilità e forti manifestazioni di solidarietà. Le scioccanti scene di caos e povertà lungo la rotta dei Balcani hanno spinto innumerevoli persone e Ngo a colmare le lacune dell’assistenza umanitaria fornita a rifugiati e migranti. Tuttavia, i leader europei hanno scelto in gran parte di ascoltare chi invocava l’odio contro gli immigrati e si preoccupava per la perdita della sovranità nazionale e le minacce alla sicurezza. Per questo, l’accordo politico è stato trovato soltanto sulle misure per rafforzare la “Fortezza Europa”.
 
Isola di Rodi, Grecia, 20 aprile 2015. Popolazione locale e soccorritori aiutano una migrante dopo un naufragio © ARGIRIS MANTIKOS/AFP/Getty Images
 
Nel corso dell’anno, i vertici europei sono stati sempre più incentrati su misure volte a tenere lontani rifugiati e migranti o ad accelerare il loro ritorno. I leader dell’Eu si sono accordati per creare un elenco comune di paesi di origine “sicuri”, verso cui i richiedenti asilo potevano essere rimandati dopo una procedura accelerata. Hanno convenuto di rafforzare la capacità di Frontex di effettuare espulsioni. E, fattore ancor più significativo, hanno iniziato a prendere in considerazione i paesi di origine e, soprattutto, di transito per limitare il flusso di rifugiati e migranti verso l’Europa. L’esternalizzazione dei controlli migratori dell’Eu verso i paesi terzi ha raggiunto l’apice a ottobre, con la firma di un piano d’azione congiunto con la Turchia. L’accordo essenzialmente prevedeva che la Turchia limitasse il flusso di rifugiati e migranti verso la Grecia rafforzando i controlli di frontiera, in cambio di tre miliardi di euro di aiuti per i rifugiati già presenti sul suo territorio e, ufficiosamente, per chiudere un occhio sulle sue sempre più frequenti imprudenze in tema di diritti umani. L’accordo ignorava il fatto che, nonostante l’esperienza di accoglienza ampiamente positiva di oltre due milioni di rifugiati siriani in Turchia, molti di loro vivevano ancora in condizioni di estrema povertà e quelli che provenivano da altri paesi avevano ben poche prospettive di essere riconosciuti come rifugiati, a causa di un sistema di asilo nel paese tristemente inadeguato. Verso la fine dell’anno sono emerse le prove che la Turchia stava rimandando forzatamente in Siria e in Iraq i rifugiati e richiedenti asilo arrestati nelle sue province al confine occidentale, mettendo ulteriormente in luce il fatto che l’Eu stava limitando l’afflusso di rifugiati e migranti a spese dei loro diritti umani.

Mentre l’anno volgeva al termine, circa 2.000 persone al giorno stavano ancora entrando in Grecia. Sebbene la capacità di accoglienza nelle isole greche e più avanti lungo la rotta dei Balcani sia aumentata e le condizioni di accoglienza siano migliorate, queste sono rimaste tristemente inadeguate rispetto alla portata del problema. Nonostante non ci siano segnali di un significativo calo del numero di migranti e rifugiati in arrivo nel 2016, l’Eu è ancora lontana dal trovare soluzioni sostenibili e rispettose dei diritti per coloro che cercano rifugio all’interno dei suoi confini, proprio come lo era all’inizio dell’anno.

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VIOLENZA ARMATA

A gennaio e febbraio sono ripresi pesanti combattimenti nella regione del Donbass, nell’Ucraina orientale, quando i separatisti delle autoproclamate repubbliche popolari di Luhans’k e Donec’k, appoggiati dai russi, hanno cercato di avanzare e definire la linea del fronte. Tra pesanti perdite militari, le forze ucraine hanno ceduto il controllo dell’aeroporto di Donec’k, a lungo conteso, e della zona intorno alla città di Debal’ceve, con pesanti bombardamenti da entrambe le parti, che hanno provocato numerose vittime civili. A fine anno, secondo le Nazioni Unite, il bilancio del conflitto era di oltre 9.000 vittime, di cui 2.000 civili, molti dei quali si riteneva fossero stati uccisi dal lancio indiscriminato di razzi e colpi di mortaio. I crimini di guerra e le altre violazioni del diritto internazionale umanitario comprendevano tortura e altri maltrattamenti di detenuti da entrambe le parti e l’esecuzione sommaria di prigionieri da parte delle forze separatiste. A fine anno, grazie a una fragile tregua, il conflitto era meno intenso ma la prospettiva di accertare le responsabilità per i crimini commessi era ancora lontana. L’8 settembre, l’Ucraina ha accettato la giurisdizione dell’Icc sui presunti reati commessi nel suo territorio dal 20 febbraio 2014 in avanti ma non è stato fatto alcun progresso per la ratifica dello Statuto di Roma dell’Icc. Le autorità ucraine hanno avviato poche indagini penali su presunti abusi da parte delle forze ucraine, per lo più commessi da gruppi paramilitari, e a fine anno non risultava alcuna condanna. Nelle regioni di Donec’k e Luhans’k, dove l’illegalità era pervasiva, l’impunità è stata totale.
 
Anche l’accertamento delle responsabilità per le violazioni commesse nel corso delle manifestazioni filoeuropee del 2013-2014 nella capitale Kiev (Euromaydan) si è dimostrato altrettanto evasivo. A novembre, la procura generale ha riferito che erano ancora in corso indagini su oltre 2.000 episodi criminali legati a Euromaydan e che erano stati istruiti procedimenti penali nei confronti di 270 persone. È iniziato il processo a due ex agenti della polizia antisommossa (Berkut), accusati di omicidio colposo e abuso di autorità, ma nel corso dell’anno non sono state comminate condanne per reati legati a Euromaydan. Un gruppo consultivo internazionale istituito dal Consiglio d’Europa per monitorare le indagini su Euromaydan ha reso pubblici due rapporti, ad aprile e novembre, che hanno ritenuto inadeguate le indagini.
 
Kramatorsk, Ucraina, 10 febbraio 2015. Il corpo di una donna uccisa nel corso di un attacco missilistico © Gleb Garanich/Reuters
 
Sebbene l’accertamento delle responsabilità per le passate violazioni dei diritti umani sia rimasto in stallo, qualche progresso è stato fatto per introdurre riforme strutturali delle forze di polizia dell’Ucraina, notoriamente corrotte e violente, ed è stata finalmente adottata una legge, sostenuta dal Consiglio d’Europa, per la creazione di una nuova agenzia incaricata d’indagare sui reati commessi da funzionari pubblici, tra cui la tortura e altri maltrattamenti. L’Ucraina ha mosso i suoi primi passi verso una riforma istituzionale ma la regione di Donbass è rimasta tutt’altro che stabile e, come la Crimea, è stata un buco nero di violazioni dei diritti umani, impossibili da monitorare.

Mentre il conflitto in Ucraina scemava, in Turchia sono scoppiati pesanti scontri dopo che il processo di pace, da sempre precario, con il Partito dei lavoratori del Kurdistan (Pkk) è collassato a luglio. A fine anno, era stata segnalata l’uccisione di oltre 100 persone nel corso di operazioni delle forze di polizia e di sicurezza in aree urbane, sempre più simili a operazioni militari. Sono state numerose le denunce di uso eccessivo della forza e di esecuzioni extragiudiziali da parte delle forze turche. Le operazioni di polizia sono state generalmente condotte durante un coprifuoco di 24 ore su 24, spesso esteso per diverse settimane, nel corso del quale ai residenti è stata tagliata la fornitura idrica ed elettrica e non hanno potuto accedere a trattamenti sanitari o cibo. Il forte aumento delle violazioni dei diritti umani è in gran parte sfuggito alla condanna da parte della comunità internazionale, dato che la Turchia ha abilmente sfruttato a proprio vantaggio il suo ruolo fondamentale in relazione al conflitto siriano e alla crisi dei rifugiati, per smorzare le critiche alle azioni che commetteva nel suo territorio.

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LIBERTÀ D’ESPRESSIONE, D’ASSOCIAZIONE E DI RIUNIONE

In tutta l’area corrispondente all’ex Unione Sovietica, il rispetto per le libertà d’espressione, associazione e riunione pacifica si è deteriorato. Il controllo del governo sui mezzi d’informazione, la censura su Internet, il contenimento delle proteste e la criminalizzazione del legittimo esercizio di queste libertà si sono intensificati quasi ovunque.
 
In Russia, la stretta costante su chi criticava il governo ha preso forza grazie all’applicazione di leggi repressive emanate dopo il ritorno di Vladimir Putin alla presidenza. A fine anno, più di 100 Ngo erano state incluse, la maggior parte obbligatoriamente, nella lista degli “agenti stranieri” del ministero della Giustizia. Nessuna Ngo è riuscita a contestare legalmente la sua inclusione nella lista. Il Centro per i diritti umani Memorial è stato uno tra le numerose Ngo multate per non aver marchiato le proprie pubblicazioni con l’etichetta deleteria di “agente straniero”, aprendo la strada a procedimenti penali nei confronti dei suoi leader. La legge, il cui scopo era quello di scoraggiare le Ngo dal ricevere finanziamenti dall’estero e screditare il loro operato, è stata integrata a maggio da una nuova normativa che consentiva alle autorità di designare organizzazioni straniere come “indesiderabili”, qualora le ritenessero una “minaccia per l’ordine costituzionale del paese, la difesa o la sicurezza dello stato”. Si ritiene che l’obiettivo di questa nuova misura fossero le organizzazioni di donatori stranieri, in particolare quelle degli Usa. Entro la fine dell’anno, quattro donatori statunitensi erano stati dichiarati “indesiderabili”, rendendo illegale il loro operato continuativo in Russia e qualsiasi forma di collaborazione con loro. Le autorità hanno esteso ulteriormente il controllo sui mezzi d’informazione e su Internet. Migliaia di siti e pagine web sono state bloccate dalle autorità di regolamentazione governative, spesso violando il diritto alla libertà d’espressione. Anche le restrizioni alla libertà di riunione pacifica sono state intensificate e il numero di manifestazioni pubbliche di protesta è diminuito. Per la prima volta, quattro manifestanti pacifici sono stati perseguiti sulla base di una legge del 2014 che aveva reso reato la violazione ripetuta della legge sulle riunioni.
 
In Azerbaigian, importanti leader di Ngo arrestati nel 2014 sono stati, come era prevedibile, condannati per una serie di accuse inventate. A fine anno, almeno 18 prigionieri di coscienza, compresi difensori dei diritti umani, giornalisti, attivisti giovanili e politici dell’opposizione, rimanevano dietro le sbarre. Leyla Yunus, presidente dell’Istituto per la pace e la democrazia, e suo marito e collega Arif Yunus sono stati rilasciati verso la fine del 2015, anche se dovevano ancora affrontare pretestuose accuse di tradimento.
 
La situazione dei diritti umani ha fatto passi indietro anche in Kazakistan. Il nuovo codice penale, entrato in vigore a gennaio, ha mantenuto i reati d’istigazione alla “discordia” sociale e di altro genere. Questo reato, formulato in modo vago, ha dato origine a quattro indagini penali, tra cui quelle nei confronti degli attivisti Yermek Narymbaev e Serkzhan Mambetalin, che avevano pubblicato sulle loro pagine di Facebook estratti da un libro inedito ritenuto denigratorio verso il popolo kazako. A fine anno erano ancora in detenzione preprocessuale. Ispirandosi alla Russia e condividendo i medesimi sospetti sui finanziamenti esteri delle Ngo, il Kazakistan ha approvato alcuni emendamenti alla legge sulle organizzazioni no profit che hanno introdotto la figura di un “operatore” centrale, incaricato di raccogliere e distribuire alle Ngo tutte le sovvenzioni, statali e non, inclusi i finanziamenti provenienti dall’estero, per progetti e attività inseriti in un limitato elenco di argomenti approvati dal governo. Anche il Kirghizistan ha considerato l’idea di adottare una legge sugli “agenti stranieri” simile a quella russa; un progetto di legge, fortemente appoggiato dal presidente Atambaev, è arrivato in parlamento ma è stato ritirato a giugno “per ulteriori discussioni”. Il parlamento ha inoltre effettuato una terza lettura di una legge che avrebbe penalizzato “la promozione di atteggiamenti positivi” verso le “relazioni sessuali non tradizionali” ma è stata anch’essa ritirata per ulteriori consultazioni.
 
Dublino, Irlanda, 23 maggio 2015. Celebrazioni della vittoria al referendum sul matrimonio per le coppie dello stesso sesso © Clodagh Kilcoyne/Getty Images
 
Il presidente del Tagikistan Emomali Rahmon ha ottenuto l’immunità processuale a vita e il titolo di capo della nazione, mentre le regole profondamente repressive in vigore in Uzbekistan e Turkmenistan sono rimaste sostanzialmente invariate. Georgia e Ucraina hanno continuato a offrire un contesto di ampie libertà, anche se entrambe con qualche tentennamento. In Ucraina è diventato sempre più pericoloso esprimere opinioni filorusse: ad aprile, il giornalista filorusso Oles’ Buzina è stato ucciso da due uomini armati e mascherati, mentre il giornalista Ruslan Kocaba è diventato il primo prigioniero di coscienza dell’Ucraina da cinque anni a questa parte dopo che, a febbraio, è stato arrestato e rinviato a giudizio con l’accusa di tradimento. In seguito all’adozione, avvenuta a maggio, di quattro cosiddette “leggi per la decomunistizzazione”, che hanno vietato l’uso di simboli comunisti e nazisti, il ministero della Giustizia ha avviato la procedura per bandire il Partito comunista di Ucraina. In Georgia, il partito dell’opposizione Movimento nazionale unito e diverse Ngo hanno accusato il governo di aver orchestrato una lunga battaglia legale tra un ex socio estromesso e gli attuali proprietari della stazione televisiva Rustavi 2, vicina all’opposizione. A novembre, il tribunale cittadino di Tbilisi ha ordinato la sostituzione del direttore generale e del direttore finanziario dell’emittente.
 
Nel resto d’Europa, probabilmente la regressione più significativa dei diritti umani si è verificata in Turchia. In un contesto in cui due successive elezioni politiche hanno portato la netta maggioranza al partito al potere Giustizia e sviluppo (Adalet ve Kalkınma Partisi – Ak), in cui il ruolo del suo ex leader e attuale presidente della repubblica Recep Tayyip Erdoğan era sempre più autocratico e in cui si era interrotto il processo di pace con il Pkk, la libertà d’espressione è stata ulteriormente sotto attacco. Innumerevoli procedimenti iniqui secondo le leggi penali sulla diffamazione e sul terrorismo hanno preso di mira attivisti politici, giornalisti e altre persone che avevano espresso critiche verso funzionari pubblici o contro la politica del governo. In particolare sono stati colpiti gli opinionisti filo-curdi e i sostenitori di mezzi d’informazione legati all’ex alleato del partito Ak, Fethullah Gülen. Coloro che esprimevano critiche al presidente, soprattutto sui social network, sono stati sempre più spesso perseguiti. Il presidente ha avviato oltre 100 cause di diffamazione penale ai sensi dell’articolo 299, per “insulto al presidente”, approvate dal ministero della Giustizia.
 
I mezzi d’informazione e i giornalisti scomodi sono stati sottoposti a enormi pressioni. Giornalisti sono stati regolarmente licenziati dagli editori per aver pubblicato articoli o commenti critici. Siti d’informazione, tra cui ampie fasce della stampa curda, sono stati bloccati con ordinanze amministrative per motivi poco chiari, con l’aiuto di una magistratura compiacente. Giornalisti sono stati molestati e aggrediti dalla polizia mentre effettuavano reportage nell’area a maggioranza curda nel sud-est del paese. I mezzi d’informazione legati a Fethullah Gülen sono stati sistematicamente presi di mira con il blocco delle trasmissioni o con il passaggio a gestori stabiliti dal governo.

Le proteste su temi sensibili hanno continuato a essere interrotte. Per il terzo anno consecutivo sono state vietate le manifestazioni del Primo maggio e l’annuale Gay Pride di Istanbul è stato disperso con la violenza per la prima volta in più di 10 anni. Le segnalazioni di uso eccessivo della forza da parte degli agenti della forza pubblica per interrompere le proteste sono state frequenti, in particolare nel sud-est del paese.

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CONTROTERRORISMO E SICUREZZA

L’anno è iniziato con le aggressioni violente a Parigi contro i giornalisti del settimanale satirico Charlie Hebdo e contro un supermercato ebraico, che hanno provocato 17 morti e hanno suscitato manifestazioni di solidarietà in Francia e all’estero. Il 13 novembre, un’altra serie di attentati a Parigi e dintorni, ha ucciso 130 persone. Gli attentati hanno dato nuovo impulso, soprattutto in Francia ma anche altrove in Europa, a una serie di misure che minacciavano i diritti umani. Tra queste c’erano provvedimenti destinati a colpire coloro che si recavano o intendevano recarsi all’estero per commettere o comunque dedicarsi ad atti di natura terroristica definiti in modo molto vago, nuovi ampi poteri di sorveglianza, estesi poteri di arresto con ridotte garanzie procedurali e misure di “controradicalizzazione”, che avrebbero potuto portare alla repressione della libertà d’espressione e alla discriminazione di specifici gruppi sociali.
 
Alcuni degli sviluppi più significativi hanno avuto luogo nell’ambito della sorveglianza, poiché diversi stati hanno adottato o presentato misure che concedevano ai servizi di intelligence e alle forze di polizia un accesso quasi illimitato alle comunicazioni elettroniche. In Francia, il parlamento ha approvato due leggi sulla sorveglianza che hanno fornito ampi poteri esecutivi per controllare le comunicazioni delle persone e l’uso di Internet, anche mediante l’indiscriminata intercettazione massiva del traffico sulla rete. La seconda legge, adottata a ottobre, ha aperto la strada all’uso di tecniche di sorveglianza di massa sulle comunicazioni in entrata e in uscita dal paese, con un elenco di obiettivi non ben definiti, compresa la promozione della politica estera e degli interessi economici e scientifici. Nessuna delle nuove misure di sorveglianza ha previsto l’autorizzazione preventiva di un giudice ma ha concesso, invece, a un’autorità amministrativa poteri limitati e occasionali di consultarsi col primo ministro.
 
La Svizzera ha adottato una nuova legge sulla sorveglianza che ha concesso ampi poteri al servizio federale d’intelligence per intercettare dati di rete in entrata o in uscita dal paese, l’accesso ai metadati, cronologie di navigazione su Internet e il contenuto dei messaggi di posta elettronica e per utilizzare spyware da parte del governo. Il governo olandese ha presentato una proposta di legge che avrebbe di fatto legalizzato la raccolta massiva dei dati delle telecomunicazioni, comprese le comunicazioni interne, senza preventiva approvazione giudiziaria. Il governo britannico ha proposto una nuova legge sui poteri investigativi che autorizzerebbe i servizi d’intelligence a intercettare tutte le comunicazioni in entrata e in uscita dal paese e obbligherebbe le società di telefonia e fornitrici di Internet a consegnare le cronologie di navigazione e quelle telefoniche dei loro clienti; il tutto senza un sufficiente controllo giudiziario.
 
Mentre i governi europei minacciavano il diritto alla privacy, un certo numero di decisioni di importanti corti giudiziarie internazionali hanno dato indicazioni su quello che probabilmente diventerà un argomento ferocemente contestato e frequente oggetto di cause negli anni a venire. A dicembre, nel caso Roman Zakharov vs. Russia, la Grande camera della Corte europea dei diritti umani ha sottolineato la necessità di un preventivo sospetto individuale e di un effettivo controllo giudiziario per poter considerare necessaria e proporzionata qualsiasi interferenza al diritto alla riservatezza relativa alla sorveglianza.
 
Dopo lo storico verdetto nel caso Digital Ireland del 2014, la Corte di giustizia dell’Eu ha emesso una seconda fondamentale sentenza invalidando, a ottobre, il quindicennale “accordo per un porto sicuro” tra gli Usa e l’Eu, che aveva permesso alle imprese private di trasferire dati personali tra le due parti, basandosi sull’ipotesi di un livello sostanzialmente equivalente di tutela dei diritti fondamentali in materia di dati personali negli Usa e nel diritto comunitario. In seguito alle rivelazioni sull’estensione del programma di sorveglianza Usa da parte di Edward Snowden, la Corte ha concluso che “le autorità degli Stati Uniti sono state in grado di accedere ai dati personali trasferiti dagli stati membri verso gli Usa e di processarli in un modo [che era] al di là di quanto strettamente necessario e proporzionato alla tutela della sicurezza nazionale”.
 
Il maggiore ricorso a misure antiterrorismo che mettevano eccessivamente a rischio i diritti umani, a partire dagli attentati dell’11 settembre 2001 negli Usa in poi, è venuto fuori in modo particolare in Francia dopo gli attentati di novembre. Lo stato d’emergenza è stato prima dichiarato per un periodo di 12 giorni e poi prorogato per tre mesi e ha introdotto una serie di misure, tra cui la possibilità di effettuare perquisizioni senza mandato, di costringere le persone a rimanere in luoghi specifici e il potere di sciogliere associazioni o gruppi genericamente descritti come partecipanti ad atti che violano l’ordine pubblico. Nel giro di poche settimane, le autorità francesi hanno effettuato 2.700 perquisizioni senza mandato, dalle quali sono scaturite soltanto due indagini legate al terrorismo (ma altre 488 per reati non collegati), hanno assegnato una residenza stabilita a 360 persone e hanno chiuso 20 moschee e numerose associazioni musulmane. Durante tutto l’anno, le autorità hanno avviato un’ondata di azioni penali secondo generiche norme di “apologia del terrorismo”, molte delle quali in evidente violazione del diritto alla libertà d’espressione.
 
Purtroppo, però, la Francia non è stata l’unica. Nuove leggi antiterrorismo in seguito agli attentati di novembre sono state proposte in vari paesi della regione, tra cui Belgio, Lussemburgo, Paesi Bassi e Slovacchia. In tutti questi paesi, le nuove proposte comprendevano l’estensione del periodo di tempo consentito per la detenzione preventiva di persone sospettate di reati connessi al terrorismo, secondo uno standard probatorio inferiore a quello del “ragionevole sospetto”.

Nel corso di tutto l’anno, gli stati europei hanno lavorato all’adozione di una legislazione volta a limitare e criminalizzare i viaggi o la preparazione di viaggi all’estero allo scopo, genericamente definito, di commettere o comunque dedicarsi ad atti legati al terrorismo, sulla scia dell’adozione della risoluzione 2178 del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, del 2014. A dicembre, la Commissione europea ha presentato una proposta per una nuova direttiva che introdurrebbe nelle legislazioni nazionali degli stati membri il divieto di viaggio e di atti associati al viaggio per il fine di commettere atti di terrorismo all’estero. Ciò faceva seguito e si riferiva all’adozione, avvenuta all’inizio dell’anno sotto gli auspici del Consiglio d’Europa, di un trattato contenente misure analoghe. Queste e altre leggi introdotte per affrontare il fenomeno dei cosiddetti “combattenti stranieri” hanno messo a rischio in varia misura una serie di garanzie per i diritti umani. In diversi paesi, e nel Regno Unito in particolare, questi provvedimenti sono andati a braccetto con una più ampia gamma di misure volte a prevenire e individuare “l’estremismo violento”, che rischiava di discriminare e stigmatizzare i musulmani.

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